Nell’occasione della consegna in aula del Sigillo del Consiglio Regionale, in rappresentanza dell’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone, ha parlato Chiara Paternoster. Ecco di seguito il suo intervento:
“Nel ringraziare il Consiglio regionale, nel ringraziare tutti voi per il riconoscimento che viene oggi conferito all’Associazione Esposti Amianto di Monfalcone, ritengo sia necessario evidenziare come questo premio vada, per il tramite dell’Associazione, alle vedove, agli orfani, agli uomini soffocati dalla polvere che nel momento più drammatico della propria esistenza sono stati capaci di un gesto di estrema generosità: portare in piazza il proprio dolore affinché quel dolore potesse assumere un senso, diventando monito affinché ciò che è accaduto a Monfalcone non accada mai più da nessuna parte.
L’AEA nei suoi oltre 30 anni di vita in fondo non è stato altro che questo: lo strumento attraverso il quale dare voce a chi rivendicava verità e giustizia, a chi chiedeva che le istituzioni accertassero ciò che era accaduto e che riaffermassero un semplice principio di diritto, secondo cui quelle morti non erano ascrivibili al mero caso, ad una triste fatalità, ma alla responsabilità di chi aveva messo sui piatti della bilancia una cinica logica di profitto da un lato e la sicurezza e la salute dei lavoratori dall’altro, dando maggior peso alla prima a discapito della seconda.
Compito dell’AEA è stato quello di pretendere che la storia dei morti per esposizione all’amianto non finisse nel dimenticatoio, richiamando lo Stato alla propria responsabilità, perché era nel rigoroso solco della legalità che la dignità di quegli uomini e quelle donne andava difesa e riaffermata. Ciò, fin tanto che, alla fine, la risposta dello Stato è arrivata: Monfalcone è uno dei non molti posti in Italia che può oggi dire che le morti da amianto non sono dipese dalla sorte ma da fatti acclarati come ingiusti.
Da questo presupposto, da questo accertamento, noi oggi – per dare un significato al ricordo delle vittime che sia di sostanza e non di mera forma – dobbiamo ripartire per cercare di dare risposta a quei fronti che restano ancora drammaticamente aperti, come quello della ricerca scientifica e delle cure sanitarie, perché ancora oggi di mesotelioma inesorabilmente si muore.
Quando personalmente sono entrata in AEA, 20 anni fa, si ipotizzava che i morti da amianto fra le province di Gorizia e Trieste fossero circa 2000: alla luce delle statistiche degli anni successivi si può arrivare ad immaginare che quel numero nel frattempo sia quasi raddoppiato: numeri – peraltro destinati a crescere ancora, perché sappiamo che il picco dei decessi non è stato ancora raggiunto – che fanno di questa vicenda la più grande strage di civili che queste terre hanno conosciuto in tempo di pace.
Questa consapevolezza deve continuare a scuotere le nostre coscienze, stimolandoci – ognuno per la propria parte – ad offrire il rispettivo contributo per dare risposte ai fronti ancora aperti, come quello della ricerca, quello dell’intervento sanitario, ma anche continuando a formare le giovani generazioni alla cultura della sicurezza negli ambienti di lavoro, coltivando la memoria di ciò che è accaduto a Monfalcone nelle scuole.
Guai però a non partire da ciò che lo Stato ha accertato e decretato: che la libertà (sacrosanta, anche nell’esercizio dell’attività di impresa) deve essere sempre declinata con il principio di responsabilità, che da un lato ci sono le vittime e dall’altro i responsabili di scelte sbagliate che hanno cagionato quelle morti, senza che nessuno possa pensare, per il mero scorrere del tempo, di poter confondere gli uni con gli altri, pena il perpetrare l’ennesimo oltraggio alla loro memoria.
La storia dell’AEA, per sua natura, ha radici profonde nel passato ma l’AEA ha sempre voluto partire dal passato per costruire futuro: non c’è mai stato spirito di vendetta, ma solo la caparbia volontà di offrire il proprio piccolo contributo affinché non accada mai più che uomini e donne muoiano con l’unica colpa di essere andati a lavorare per offrire ai propri figli la speranza di una vita migliore.
Vi ringrazio ancora e vi auguro buon lavoro.”

